Debtocracy

Ho finito da poco di vedere “Debtocracy“, il documentario dedicato alla crisi del debito greco. Ormai robba datata, in un mondo che corre sempre di piu’. Ma e’ robba che in Grecia continua a produrre conseguenze sociali, non c’e’ dubbio. Un debito sovrano di quelle dimensioni e completamente fuori controllo non puo’ non produrre delle conseguenze. Per questo il documentario l’ho trovato bello e rabbioso, anche documentato e intelligente, ma in fin dei conti reticente. Perche’ non si puo’ giocare con le parole, per avere sempre ragione. E’ del tutto evidente che il debito pubblico di un paese, soprattutto da quando e’ finito nelle mani dell’immenso e complesso mercato finanziario mondiale, provochi come conseguenza ultima la perdita di sovranita’ nazionale e l’imposizione di scelte di bilancio pubblico che alla fine diventano un cappio al collo per la popolazione. Soprattutto di quella parte che di bilancio pubblico e’ costretta a vivere. Altrettanto giustificabile e’ la rabbia contro quei soggetti internazionali (FMI, Banca Mondiale e adesso la vituperata Troika UE) che hanno il compito di evidenziare il problema e suggerire possibili ricette (quasi sempre dolorosissime).
Non e’ invece corretto far finta che il debito creatosi in decenni di gestione del bilancio pubblico sia sempre colpa di qualcun altro. Sia cioe’ sempre il frutto di sotterfugi operati da nemici interni ed esterni all’insaputa delle popolazioni.
I paesi europei che hanno bilanci pubblici in dissesto, Grecia ed Italia in primis, farebbero bene (come si suggerisce nel documentario) ad indagare esattamente come si e’ formato quel macigno ed a chi va restituito. Si scoprirebbe che, al netto di fenomeni corruttivi di cui questi paesi purtroppo ancora abbondano, il grosso della spesa pubblica che continua ad alimentare quel mostro e’ fatto di stipendi della burocrazia pubblica, di assistenza sanitaria e di pensioni. Tutte voci che sono assolutamente note (ed utili) ad ogni cittadino. Tra l’altro, tutte voci che, in altri paesi meno indebitati, vengono gestite semplicemente con criteri di spreco meno macroscopici. Il che porta al paradosso (che tale non e’) per il quale i paesi che hanno una spesa pubblica piu’ efficiente (e quindi un debito pubblico meno esplosivo) forniscono servizi pubblici di migliore qualita’ di chi spende (spreca) molto di piu’.
Le popolazioni coinvolte sono, nel bene e nel male, implicate nelle dinamiche del proprio debito. Le politiche di bilancio adottate nei propri paesi sono diretta conseguenza della classe dirigente selezionata attraverso i processi elettorali popolari.
Quindi anche l’organizzazione e la gestione di una Olimpiade (come successo in Grecia) e’ una scelta politica che presuppone un assenso popolare. Se poi quell’evento viene gestito in maniera disastrosa e lascia dietro di se’ una montagna di debiti, non si puo’ far finta che i greci non sapessero niente.
Insomma, la rabbia per il debito che strozzina paesi (l’Argentina e’ di nuovo sull’orlo di una dichiarazione di default) e’ comprensibile. Far finta sempre che “la crisi la paghi chi l’ha prodotta” e’ un modo per lavarsi la coscienza e basta.
L’altra reticenza riscontrata nel documentario e’ un altro tic che spesso si riscontra nei movimenti antagonisti europei. Si scagliano sassi contro la moneta unica (l’euro) salvo poi nascondere la mano quando si tratta di chiedere, senza tentennare, l’uscita dalla stessa del proprio paese. Lasciando intendere (senza dichiararlo) che, elencate tutte le disastrose conseguenze dell’euro, non si ritiene poi cosi’ sicura e salvifica l’opzione del ritorno alla “sovranita’ monetaria” con il recupero delle poco rimpiante dracme o lire.
Siamo alle solite. Urlare che “un altro mondo e’ possibile” e’ relativamente facile e sicuramente liberatorio. Indicare “quale” e’ tremendamente piu’ complicato. Per questo nel frattempo ci teniamo il mondo capitalista. In cui ognuno di noi e’ vittima e carnefice, debitore e creditore, sfruttatore e sfruttato.

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