Gesù o Barabba

Il primo giorno di primavera è andato. E nello svolgimento della giornata ha trovato posto anche il completamento di “Leaving Neverland”. Documentario approdato in Italia in due puntate dopo aver scatenato parecchio rumore negli USA. Documentario che getta una definitiva sentenza post mortem contro colui che il mondo ha conosciuto come Michael Jackson.

C’ero anch’io allo stadio Flaminio di Roma per assistere al concerto del tour “Bad”, era il 1988. Sono uscito da quel concerto letteralmente iptonizzato dalle capacità artistiche di Michael Jackson. Una perfetta macchina da spettacolo che, insieme al suo crescente seguito di miti e leggende riguardanti la vita privata, aveva probabilmente schiacciato fin da subito il bambino che Michael non ha potuto probabilmente mai essere.

Il documentario non lascia spazio a grandi interpretazioni. I due ex bambini, oggi adulti, che raccontano il loro incontro fatale con Michael Jackson sono troppo emozionalmente coinvolti per poter pensare ad una menzogna ben costruita. Inoltre c’è tutto il racconto del coinvolgimento delle rispettive famiglie nella vicenda a dare sostanza e base di verità.

Michael Jackson, esercitando il suo enorme potere di attrazione e di contrattazione, ha manipolato (consapevolmente o meno) intere famiglie pur di avere vicino piccoli bambini maschi con cui “giocare”. Uso il termine “giocare” perchè dai racconti di Wade e James (i due protagonisti del documentario), le molestie non erano un fatto distinto e traumatico rispetto alle giornate passate a divertirsi insieme alla star ed ai suoi illimitati poteri di svago. No, la sessualità era introdotta come una sorta di prosecuzione del gioco. Un gioco che la star (all’epoca trentenne) sapeva poter introdurre senza grandi rischi nelle inconsapevoli menti di quei bambini di 7 anni. Bambini che lo adoravano e lo amavano, ancor più dopo che lui, la star inavvicinabile, gli aveva concesso un’amicizia così speciale.

La sessualità rubata questi bambini l’hanno vissuta all’epoca come una sorta di ulteriore vicinanza e complicità con il loro eroe. Le sue richieste, piuttosto pressanti, di non rivelare a nessuno quello che condividevano, sono state accettate e condivise da questi bambini innamorati fino al punto da sentirsi in dovere di occultare la verità financo nei processi che hanno poi inevitabilmente coinvolto Michael Jackson. Anche se ormai adulti, sentivano il bisogno di difendere Michael e la loro relazione sentimentale che così profondamente aveva toccato le loro vite (e quelle delle rispettive famiglie).

Oggi quel tappo è saltato perchè quel mostro interiore ha cominciato a produrre danni psicologici. Diventati ambedue padri, hanno rivisto negli occhi dei figli quello che un giorno sono stati loro. Ed hanno consapevolizzato quello che gli era stato fatto. La loro voglia di liberarsi da quel segreto, per raccontarlo addirittura a delle telecamere, credo debba essere considerato il miglior gesto che potevano realizzare verso se stessi e verso i familiari che li circondavano e li circondano. Una liberazione che ovviamente ha avuto conseguenze pesantissime su tutto l’intorno familiare. Ma che era l’unica via per provare a costruire un percorso di rinascita personale e familiare.

Di fronte a tutto ciò, fa impressione vedere le reazioni negazioniste dei fans di Michael Jackson, così come i facili diti puntati contro i genitori di questi ex bambini. Fa capire come sia importante provare, in un mondo sempre più mediatico ed in cui si finisce tutti per essere spesso “pubblico”, “spettatori”, “giuria” o “popolo”, a mantenere il giusto distacco dalle cose a cui ci “sembra” di assistere. Imparando ad esercitare sempre l’arte del dubbio. Cercando di tenere sempre presente che “il personaggio” e “la persona” possono essere soggetti financo distinti, pur condividendo lo stesso corpo e la stessa mente. Altrimenti ci rinchiudiamo tutti in uno stupido recinto mentale in cui ogni cosa deve essere sempre “Gesù o Barabba”. Assumendo posizioni “a prescindere”, fideistiche.

Come hanno fatto e stanno facendo coloro che insultano Wade e James, accusandoli di gettare fango sull’immagine del loro idolo Mickael Jackson. Impermeabili al voler comprendere che, documentario o meno, quei due ex bambini (e chi sa quanti altri), stanno semplicemente provando a posteriori ad elaborare il danno fatto proprio dalla loro incapacità infantile di separare l’attrazione per il loro mito e la persona che si sono poi ritrovati accanto.

Come hanno fatto e stanno facendo coloro che puntano il dito d’accusa contro le famiglie di James e Wade, che avrebbero consegnato nelle mani dell’orco i propri figli. Senza voler provare a comprendere il potere, e quindi la capacità di manipolazione, che può esercitare una star planetaria come Michael Jackson.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.