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Viva viva l’olandesina!

Quelli che “l’Europa ci danneggia!”.  Quelli che “padroni a casa nostra!”. Quelli che “si stava meglio con la nostra moneta nazionale!”. Quelli che “basta con l’establishment!”. Quelli che “se governiamo noi risolviamo tutti i problemi!”. Quelli che “noi siamo gli onesti!”. Quelli che “voi siete i disonesti!”.

Ecco, proprio quelli lì, in Olanda hanno ricevuto uno stop. Gli olandesi evidentemente ritengono, proprio per i tanti e complessi problemi che affliggono la nostra Europa, che non è votando a cazzo di cane per il qualunquista di turno che si può pensare di affrontarli, e tantomeno risolverli. Forse la Brexit e la sciagura Trump sono serviti a qualcosa!

P.s. A proposito di populismi e comicità involontaria

Aleppo, la sofferenza umana come unica certezza

L’ottimo Comune-info.net pubblica oggi un appassionato intervento sulla recente caduta (in realtà ancora in corso nelle sue ultime atrocità) di Aleppo. Finito l’articolo, leggo i primi tre commenti in calce e mi riportano subito all’intenso dibattito che, per tutta la lunga durata del conflitto siriano, è riuscito a dimostrare inequivocabilmente due cose:

  1. la crescente difficoltà (impossibilità?), in un mondo sempre più complesso e brutalmente contraddittorio, anche solo di provare a comprendere le molteplici ragioni in campo, inestricabilmente confuse con i relativi molteplici interessi in campo;
  2. l’unica raccapricciante certezza rimarrà l’ammasso di dolore umano che quelle contraddizioni politiche, mischiate con quegli interessi, hanno prodotto (e purtroppo produrranno) sulle vite dei siriani e non solo. Su quelle vite che dal conflitto sono state ( e saranno) divorate, umiliate, stuprate, torturate, terrorizzate, esiliate.

Hasta siempre Fidel

«Oggi, 25 novembre, alle 10:29 della notte è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz», lo ha annunciato la TV cubana. In Italia erano le 4.29 del mattino ed io mi ero messo da poco a ridormire dopo una pausa smartphone associata ad un risveglio alle 4. Se ne va a 90 anni, dopo l’ultima lunga battaglia contro la malattia, un piccolo grande protagonista del novecento.

La storia lo giudicherà (o come disse lui in un celebre discorso “la storia mi assolverà”), ma in realtà Fidel Castro è stato sotto giudizio del mondo intero da quando, il 25 novembre del 1956, ha deciso di salpare dal porto di Tuxpan (Messico) per liberare Cuba dalla dittatura di Batista e proclamare quella che ancora oggi è la Rivoluzione Cubana, con le rispettose maiuscole del caso.

Non mi interessa santificare o condannare Fidel Castro. Voglio solo ricordarlo per quel che ha dato alla mia esistenza. E’ stato inevitabilmente un simbolo. Stupidamente tutto in positivo quando la mia necessità di appartenenza politica richiedeva santini. Poi, pur basandomi su una conoscenza del personaggio e dei fatti comunque deficitaria, l’ho considerato un uomo che, pur con tutti gli errori del caso, ha lottato per ridare una merce rarissima alla sua terra ed alla sua gente: la dignità.

I cubani sapranno spiegarci meglio cosa sentono oggi che quel padre della patria si è spento. Io, da qui, come tanti altri che nel mondo hanno respirato l’epopea del Granma per fare i rivoluzionari col culo degli altri, voglio solo dire grazie a Fidel per quel che ha dato al mio percorso esistenziale ed alla mia relazione con l’America Latina.

Così come in tanti, lo ribadisco, hanno voluto usare Fidel Castro e la sua Cuba per coprire le proprie claudicanti battaglie simil-rivoluzionarie, molti di più sono stati coloro che l’hanno utilizzato come il “nemico pubblico” da additare per procrastinare le più ottuse ed ingiuste vicende capitaliste in ogni angolo del mondo. Temo che come al solito la verità stia in mezzo.

Hasta siempre Fidel! Adesso sapremo se la tua Rivoluzione Cubana è un campo arato e seminato per produrre futuro, oppure no.

Tanto peggio, tanto meglio?

Nonostante lo streaming che fa le bizze, eccomi ad un risveglio (alle 4.57) che, per una volta, è condiviso con moltissimi altri, nel mondo ed in Italia. Perchè l’America, che si è appropriata illegittimamente del nome riservato in realtà all’intero continente, sta scegliendo il suo Presidente. Dopo mesi e mesi di campagna elettorale sarà Hillary Clinton o, come dicono al momento le bandierine sugli stati già assegnati, Donald Trump ad assumere la carica più potente del mondo.

Ancora una volta, finisca come finisca, in troppi abbiamo detto gatto senza averlo nel sacco. La pessima percezione del potere, di ogni potere politico e ad ogni latitudine, è sempre di più la discriminante che decide le competizioni elettorali. Chiunque riesce a posizionarsi nella percezione popolare come in qualche maniera “antisistemico”, prende i voti della cosiddetta “pancia del paese”, e vince.

Ma il vero dominus di tutta la questione è come al solito colui che tutto muove e tutto determina: il capitalismo. Un capitalismo che, seppur indiscusso e tracimante ad ogni latitudine del globo, crea elitè di potere economico sempre più grasse ed esclusive, a scapito di milioni di individui che vedono la propria relativa sicurezza economica messa a rischio. L’assurdo paradosso, capace di spiegare al meglio la follia della normalità, è che negli USA l’antipotere (e quindi ipotetico anticapitalista) è incarnato dall’ipercapitalista Donald Trump.

E’ il popolo, bellezza! E verrebbe da dire, per fortuna! Il problema, a mio modestissimo avviso, è che sull’altare della pur giustificabile rabbia popolare vengono sacrificati valori e conquiste civili di sempre più rilevante consistenza. Non mi interessa minimamente difendere il potere della dinastia Clinton, ma temo che l’America di Donald Trump sarà un luogo in cui le regole della convivenza civile, all’interno e verso l’esterno, peggioreranno. E tutto ciò non sarà minimamente compensato da miglioramenti nelle condizioni di vita di chi ha votato per rabbia. Il capitalismo se ne frega di chi sta al potere. Ha ampiamente dimostrato di essere superiore e sovrastante ogni potere politico. Continuerà ad applicare spietatamente le sue regole. Si chiama accumulazione capitalistica. I ricchi accumuleranno più ricchezza a scapito di chi tenta di difendere il proprio piccolo bottino di sopravvivenza.

L’unica vera merce offerta dal miliardario Trump, piuttosto che dal nostro Grillo, dalla Le Pen in Francia, dall’Orban di Ungheria e dai tanti altri populismi in fermento nel globo, si chiama individuazione di un nemico. Di fronte alla frustrazione popolare, cosciente della difficoltà a cambiare realmente le regole del gioco che determinano le nostre vite quotidiane, ci si accontenta di avere almeno un pungiball su cui sfogarsi. Che siano i messicani di Trump, o gli immigrati di Salvini e compagnia brutta, o i sudici politici di Grillo, si offre alla rabbia popolare qualcuno con cui prendersela per provare a sentirsi un po’ meno frustrati.

Ripeto, non mi interessa minimamente difendere il cosiddetto establishment di potere, offre tutti i motivi di questo mondo per ricevere critiche pesantissime. Quello che temo è che questo gioco da reality show al “chi la spara più grossa, più razzista, più violenta, più divisiva”, produca solo dei grossi falò elettorali che lasceranno inevitabilmente macerie sociali in termini di convivenza in società che imporrebbero invece una sempre maggiore capacità di gestire la diversità e l’integrazione.

Si sono fatte le 6.06, ed ormai la cartina elettorale americana è una grossa macchia rossa. Donald Trump è ad un passo dai 270 grandi elettori. I 16 che assegnerà il Michigan potrebbero dargli la definitiva consacrazione, ma già adesso un po’ tutti i media lo dichiarano vincitore. Un’altra “brexit” è consumata. Forse anche negli USA, come già successo in Gran Bretagna, usciranno presto allo scoperto i primi pentiti del voto. Placata la pancia, riaccenderanno il cervello e scopriranno di aver messo la valigetta atomica nelle mani di un egocentrico tycoon che, annoiato di avere “solo” i miliardi, vuole giocare anche con il potere supremo.

No, non ce la faccio proprio a giustificare questi assurdi salti nel buio in nome di una qualunque distanza crescente tra popolo e politica, tra governanti e governati. Piuttosto, mi sembra solo il grido sempre più disperato di chi si è definitivamente rassegnato ad uno stupido, sterile e crescente “tanto peggio, tanto meglio”.

Magistratura parlamentare

In Italia ormai funziona così. Il Parlamento eletto dai cittadini evita, in nome di bigottismi, equilibrismi e convenienze elettorali varie, di prendere posizione sui cosiddetti temi “sensibili”, “etici” o peggio “di coscienza”. E se proprio è costretto, fa il minimo indispensabile. Tanto poi a “legiferare” ci pensa la magistratura.

Era già successo con la barbara legge 40 (quella sulla procreazione assistita). Un manifesto all’ottusità ideologica completamente scollato dalla realtà. A riportarla nella realtà, distruggendola pezzo a pezzo, ci ha pensato la magistratura. Causa dopo causa, ricorso dopo ricorso, sentenza dopo sentenza.

Nel caso della legge Cirinnà (quella sulle unioni civili) l’intervento della magistratura a completare il lavoro non svolto dal Parlamento è stato invocato direttamente dalla sua relatrice in sede di votazione finale.

In Italia i diritti civili non si approvano in Parlamento, si conquistano nei tribunali!

Quelli che non si piegano…

Città del Messico – Finalmente, dopo 30 anni di tentativi falliti (con governi e maggioranze di tutti i colori) anche l’Italia ha dato cittadinanza e riconoscimento giuridico a migliaia di italiani fin qui condannati all’invisibilità. Lo ha fatto con una legge che, seppur menomata da chi l’avrebbe voluta morta, finalmente c’è e smuove quella fetida e maleodorante palude che ha fin qui contraddistinto ogni discussione parlamentare sui diritti civili.

Peggio di quelli che continuano a parlare di “colpo mortale alla famiglia naturale o tradizionale”, preannunciando vendette elettorali, c’è l’Italia Migliore. Quelli che non si piegano, semplicemente se ne fregano.

Controlliamo coscienze, dal 1492!

Città del Messico – Da circa 3 ore l’amministratore delegato di Santa Romana Chiesa fa il bagno di folla per le strade di Città del Messico. Primo appuntamento di stamattina la cerimonia di ricevimento presso il Palacio Nacional, tanto per ricordare al potere politico locale chi controlla le coscienze del paese. Un mercato delle anime, quello messicano, che rappresenta un fiore all’occhiello per Santa Romana Chiesa, sia in termini numerici che di dedizione alla causa. Un successo assoluto se si pensa che da queste parti, fino al fatidico sbarco degli evangelizzatori spagnoli, la croce ed il suo sanguinante ospite non sapevano neanche cosa fossero. A forza di uccisioni e torture hanno capito la lezione talmente bene da diventare più cattolici dei cattolici originari. Ora le croci e le madonne le trovi ovunque, persino nei cessi. In tempi di crisi della fede e di secolarizzazione, paesi come il Messico rappresentano per la multinazionale della croce mercati preziosissimi. Per fortuna tra poco inizia Juventus – Napoli.

…o sbaglio?

San Juan del Rio – Queretaro – Mexico

Sabato scorso nonno Antonio e la nonna acquisita Carla hanno voluto organizzare, quasi surrettiziamente, la festa per i 3 anni della nipote, già festeggiata una settimana prima a Città del Messico con l’altro pezzo di famiglia. Al di là dell’affetto sincero che nutrono verso la nipotina, era evidente la loro necessità di prendersi un proprio palcoscenico da nonni. Per non essere da meno.

Nelle stesse ore a Roma, al Circo Massimo, c’era chi aveva allestito un palcoscenico per difendere la cosiddetta “famiglia tradizionale”. Un’entità sempre meno definibile e delimitabile nel vissuto delle persone, che proprio per questo si cerca di definire e difendere semplicemente negando diritto d’esistenza ad ogni altra forma di affettività e familiarità. Una sorta di training autogeno che, negando l’esistenza giuridica di qualsiasi altra forma di famiglia, cerca di tenere in piedi un’istituzione che nella realtà fa acqua (e sempre più spesso cronaca nera) da tutte le parti.

Antonio e Carla, coppia nata dopo la separazione del primo dalla sua famiglia precedente, avevano bisogno di un riconoscimento come nonni, e se lo sono comprato. Scarpette rosse, vestitino e torta con le candeline per la nipotina; il gioco era fatto. Non sono ovviamente mancate le foto ed i video per testimoniare l’evento.

Figli e nipoti vengono da sempre utilizzati come mezzo di estorsione, ricatto e dispenser affettivo, anche nelle migliori “famiglie tradizionali”! Per difendere cotanta tragica tradizione, ed il suo traballante monopolio sociale, non rimane che prendersela con le coppie omosessuali e la loro presunta incapacità di garantire una crescita ed uno sviluppo equilibrato ai propri figli. Perchè “sbagliato è sbagliato”, o sbaglio?