Archivio mensile:novembre 2016

Hasta siempre Fidel

«Oggi, 25 novembre, alle 10:29 della notte è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz», lo ha annunciato la TV cubana. In Italia erano le 4.29 del mattino ed io mi ero messo da poco a ridormire dopo una pausa smartphone associata ad un risveglio alle 4. Se ne va a 90 anni, dopo l’ultima lunga battaglia contro la malattia, un piccolo grande protagonista del novecento.

La storia lo giudicherà (o come disse lui in un celebre discorso “la storia mi assolverà”), ma in realtà Fidel Castro è stato sotto giudizio del mondo intero da quando, il 25 novembre del 1956, ha deciso di salpare dal porto di Tuxpan (Messico) per liberare Cuba dalla dittatura di Batista e proclamare quella che ancora oggi è la Rivoluzione Cubana, con le rispettose maiuscole del caso.

Non mi interessa santificare o condannare Fidel Castro. Voglio solo ricordarlo per quel che ha dato alla mia esistenza. E’ stato inevitabilmente un simbolo. Stupidamente tutto in positivo quando la mia necessità di appartenenza politica richiedeva santini. Poi, pur basandomi su una conoscenza del personaggio e dei fatti comunque deficitaria, l’ho considerato un uomo che, pur con tutti gli errori del caso, ha lottato per ridare una merce rarissima alla sua terra ed alla sua gente: la dignità.

I cubani sapranno spiegarci meglio cosa sentono oggi che quel padre della patria si è spento. Io, da qui, come tanti altri che nel mondo hanno respirato l’epopea del Granma per fare i rivoluzionari col culo degli altri, voglio solo dire grazie a Fidel per quel che ha dato al mio percorso esistenziale ed alla mia relazione con l’America Latina.

Così come in tanti, lo ribadisco, hanno voluto usare Fidel Castro e la sua Cuba per coprire le proprie claudicanti battaglie simil-rivoluzionarie, molti di più sono stati coloro che l’hanno utilizzato come il “nemico pubblico” da additare per procrastinare le più ottuse ed ingiuste vicende capitaliste in ogni angolo del mondo. Temo che come al solito la verità stia in mezzo.

Hasta siempre Fidel! Adesso sapremo se la tua Rivoluzione Cubana è un campo arato e seminato per produrre futuro, oppure no.

Tanto peggio, tanto meglio?

Nonostante lo streaming che fa le bizze, eccomi ad un risveglio (alle 4.57) che, per una volta, è condiviso con moltissimi altri, nel mondo ed in Italia. Perchè l’America, che si è appropriata illegittimamente del nome riservato in realtà all’intero continente, sta scegliendo il suo Presidente. Dopo mesi e mesi di campagna elettorale sarà Hillary Clinton o, come dicono al momento le bandierine sugli stati già assegnati, Donald Trump ad assumere la carica più potente del mondo.

Ancora una volta, finisca come finisca, in troppi abbiamo detto gatto senza averlo nel sacco. La pessima percezione del potere, di ogni potere politico e ad ogni latitudine, è sempre di più la discriminante che decide le competizioni elettorali. Chiunque riesce a posizionarsi nella percezione popolare come in qualche maniera “antisistemico”, prende i voti della cosiddetta “pancia del paese”, e vince.

Ma il vero dominus di tutta la questione è come al solito colui che tutto muove e tutto determina: il capitalismo. Un capitalismo che, seppur indiscusso e tracimante ad ogni latitudine del globo, crea elitè di potere economico sempre più grasse ed esclusive, a scapito di milioni di individui che vedono la propria relativa sicurezza economica messa a rischio. L’assurdo paradosso, capace di spiegare al meglio la follia della normalità, è che negli USA l’antipotere (e quindi ipotetico anticapitalista) è incarnato dall’ipercapitalista Donald Trump.

E’ il popolo, bellezza! E verrebbe da dire, per fortuna! Il problema, a mio modestissimo avviso, è che sull’altare della pur giustificabile rabbia popolare vengono sacrificati valori e conquiste civili di sempre più rilevante consistenza. Non mi interessa minimamente difendere il potere della dinastia Clinton, ma temo che l’America di Donald Trump sarà un luogo in cui le regole della convivenza civile, all’interno e verso l’esterno, peggioreranno. E tutto ciò non sarà minimamente compensato da miglioramenti nelle condizioni di vita di chi ha votato per rabbia. Il capitalismo se ne frega di chi sta al potere. Ha ampiamente dimostrato di essere superiore e sovrastante ogni potere politico. Continuerà ad applicare spietatamente le sue regole. Si chiama accumulazione capitalistica. I ricchi accumuleranno più ricchezza a scapito di chi tenta di difendere il proprio piccolo bottino di sopravvivenza.

L’unica vera merce offerta dal miliardario Trump, piuttosto che dal nostro Grillo, dalla Le Pen in Francia, dall’Orban di Ungheria e dai tanti altri populismi in fermento nel globo, si chiama individuazione di un nemico. Di fronte alla frustrazione popolare, cosciente della difficoltà a cambiare realmente le regole del gioco che determinano le nostre vite quotidiane, ci si accontenta di avere almeno un pungiball su cui sfogarsi. Che siano i messicani di Trump, o gli immigrati di Salvini e compagnia brutta, o i sudici politici di Grillo, si offre alla rabbia popolare qualcuno con cui prendersela per provare a sentirsi un po’ meno frustrati.

Ripeto, non mi interessa minimamente difendere il cosiddetto establishment di potere, offre tutti i motivi di questo mondo per ricevere critiche pesantissime. Quello che temo è che questo gioco da reality show al “chi la spara più grossa, più razzista, più violenta, più divisiva”, produca solo dei grossi falò elettorali che lasceranno inevitabilmente macerie sociali in termini di convivenza in società che imporrebbero invece una sempre maggiore capacità di gestire la diversità e l’integrazione.

Si sono fatte le 6.06, ed ormai la cartina elettorale americana è una grossa macchia rossa. Donald Trump è ad un passo dai 270 grandi elettori. I 16 che assegnerà il Michigan potrebbero dargli la definitiva consacrazione, ma già adesso un po’ tutti i media lo dichiarano vincitore. Un’altra “brexit” è consumata. Forse anche negli USA, come già successo in Gran Bretagna, usciranno presto allo scoperto i primi pentiti del voto. Placata la pancia, riaccenderanno il cervello e scopriranno di aver messo la valigetta atomica nelle mani di un egocentrico tycoon che, annoiato di avere “solo” i miliardi, vuole giocare anche con il potere supremo.

No, non ce la faccio proprio a giustificare questi assurdi salti nel buio in nome di una qualunque distanza crescente tra popolo e politica, tra governanti e governati. Piuttosto, mi sembra solo il grido sempre più disperato di chi si è definitivamente rassegnato ad uno stupido, sterile e crescente “tanto peggio, tanto meglio”.