Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare

In tempi di bonaccia o calma piatta, appena si alza una parvenza di vento protestatario tutti i marinai accorrono, desiderosi di mettere le proprie imbarcazioni politiche a favore di vento.

Era successo con la crisi debitoria della Grecia. Governo Tsipras 1. Ministro delle finanze l’incendiario Yanis Varoufakis. La Grecia ribolle. Il vento contro l’Europa matrigna soffia forte. Ed ecco Atene invasa da pasdaran provenienti da tutta Europa, Italia ovviamente compresa. Tutti a fare gli eroi, a favore di telecamera, con gli euro degli altri. Alla fine Alexis Tsipras si è tenuto l’euro ed ha rispedito al mittente i nostri eroi in cerca di visibilità in conto altrui.

Oggi ci risiamo con i “gilets jaunes” (i gilet gialli) francesi. Più la battaglia impazza per le vie di Parigi e più si addensano figure pronte a scorgere in quel movimento (per la verità al momento piuttosto indecifrabile politicamente) somiglianze o addirittura coincidenze di piattaforma rivendicativa. Il M5S non manca mai quando si tratta di cavalcare la qualunque. Perfino quando è piuttosto insostenibile far convivere il doppiopetto governativo con il gilet giallo. Ma mirabolici tentativi di salita sul carro dei “gilets jaunes” arrivano anche da sinistra.

Non resta che constatare la disperante totale attualità delle parole di Lucio Anneo Seneca: “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare“.

Come un gatto…sul ponte

Ieri sera ho finalmente visto, dopo averlo sentito citare in varie occasioni, “Come un gatto in tangenziale”. Un film (italiano) uscito l’anno scorso, ma attualissimo nel richiamare il dibattito (mondiale) sui fenomeni di polarizzazione sociale dilaganti.

Il film, benfatto e ben recitato, sconta, come succede spesso a troppi film italiani, un’eccessiva grossolanità di alcuni personaggi e situazioni. E’ il caso soprattutto dei rispettivi (ex) compagni dei protagonisti del film (il think tank europeo Antonio Albanese e la borgatara Paola Cortellesi). Parlo del galeotto Claudio Amendola e della coltivatrice di essenze floreali in Francia Sonia Bergamasco. Anche le ambientazioni marittime risultano essere piuttosto stereotipate, con la ultravituperata Capalbio contrapposta a Coccia di Morto (Fiumicino).

Detto ciò, il messaggio che alla fin fine la “contaminazione” (una delle parole chiave del film) tra mondi sociali molto differenti può, seppur dopo aver superato barriere di ogni tipo, realizzarsi, il film è capace di raccontarlo, di suggerirlo, di auspicarlo.

Forse l’uso in eccesso di alcuni stereotipi sembra essere un peccato commesso volutamente dal regista. La necessità di fare un film “popolare” (obiettivo pienamente conseguito) ha vincolato il film dentro margini che l’hanno inevitabilmente reso meno capace di leggere tra le righe della complessità sociale. Allo stesso tempo però è stato il grimaldello per portare pubblico allargato ad un film che lavora proprio sulla necessità sociale di tornarsi a parlare e frequentare tra diversi.

Il paradosso culturale è sempre in agguato. Se per raggiungere il popolo devi dargli in pasto sempre e solo opere che in qualche maniera non lo costringano ad uscire dalle ristrette categorie mentali in cui la condizione sociale l’ha rinchiuso, le barriere culturali saranno sempre lì a dividere le masse popolari da sempre più ristrette elité culturali. Un paradosso che Milani racconta bene nel suo film allorché contrappone, in chiave ironica e quindi anche qui un po’ stereotipata, da una parte la mega sala cinematografica piena di un’umanità sguaiata, rumorosa e ruminante pronta a vedere il blockbuster di turno, e dall’altra la saletta del cinema d’essai semivuota in cui la borgatara Cortellesi si addormenta mentre sullo schermo proiettano un film francese recitato in armeno.

Finchè quelle due sale non saranno vasi comunicanti, riequilibrandosi in termini di dimensione e presenze, avremo un problema sociale.

Le elité o l’establishment o come diavolo vogliamo chiamare la minoranza più ricca economicamente e (sempre di più) culturalmente, è sicuramente disprezzabile nei suoi deliri di dominio isolazionista. Ma un popolo che fa vanto e arma della propria crescente ignoranza ed intolleranza, usando la propria maggioranza numerica per imporsi come presunto comitato di liberazione, è uno scenario forse perfino più inquietante. Ogni riferimento all’attuale maggioranza politica italiana (ma anche ungherese, polacca, russa, turca, statunitense, brasiliana, ecc. ecc.ecc.) è puramente voluto.

L’auspicio è che il gatto (la società) invece di finire in tangenziale (le elité o il populismo, che pari sono in termini distruttivi) imbocchi un bel ponte capace di collegare mondi diversi; creando rigenerante contaminazione culturale, economica e politica.

Dalla riserva

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Finisco ora di leggere un paio di articoli dedicati al sentimento di impotenza e frustrazione, due amicizie storiche per la sinistra. Lo scenario che fa da sfondo è l’Italia uscita dalle ultime urne politiche, che ha poi dato vita al governo bicefalo Lega-M5S, o se preferite Salvini-Di Maio. L’ordine non è casuale, vista l’immediata e perdurante occupazione della scena da parte dell’imbelle padano, con tentativi di rincorsa da parte del miracolato campano.
Nei due articoli (Non ne posso più. La maglietta rossa e l’impotenza della sinistra e poi Quel dialogo con i dubbiosi e gli ostili) si esprime la frustrazione di una sinistra che, manifestazioni simboliche a parte, non riesce minimamente ad incidere sul pensiero popolare. Ritrovandosi così sempre più minoritaria e autorinchiusa dentro un recinto, una riserva politica.
Da fuori la riserva la maggioranza popolare tenta lo sterminio finale a suon di “elité di benpensanti”, “sinistra al caviale”, “buonisti”, “froci col culo degli altri” e delicatezze simili.
Da dentro la riserva si reagisce all’impotenza considerando la folla popolare insediatasi al governo, ed in costante aumento secondo i sondaggi, come un’orda di barbari incapaci di pensare ed ancor meno di capire. Un concetto che Angelo d’Orsi descrive molto bene nel suo citato articolo: “In fondo questa impotenza è comoda e protettiva, e ci ritroviamo, sempre meno, ma persuasi che siamo i migliori, i più belli, i più intelligenti mentre gli altri, i nostri avversari, sono brutti sporchi e cattivi. E se vincono è colpa del popolo che nulla capisce, alla fin fine. Ma a quello stesso popolo noi ci appelliamo, e crediamo persino di conoscerlo meglio di coloro che fanno il pieno nelle piazze e nelle urne.

Se questo è il quadro di riferimento, non c’è dubbio che io faccia parte a pieno titolo della riserva.
Non ho mai votato né M5S né tantomeno la Lega (sia nella versione in cui si sfogava contro il sud Italia, sia in quella attuale in cui si sfoga contro il sud del mondo, con il sud Italia al suo fianco).
Considero questo governo il frutto di un’Italia che preferisce continuare a cercare nemici esterni (gli immigrati e l’Europa in primis) per rimandare ancora una volta di fare i conti con i propri quotidiani disastri morali, economici, educativi, e chi più ne ha più ne metta.
Pur avendo preso da tempo le distanze dalla cosiddetta sinistra massimalista citata nell’articolo di Angelo d’Orsi (alle ultime elezioni presentatasi con l’ennesimo patetico cambio di abito chiamato Potere al Popolo) continuo a definirmi di sinistra.
Ho una situazione economica che mi consente, pur senza lussi specifici, di essere alle 9.20 di un venerdì mattina a scrivere sullo scenario politico italiano anzichè star faticando dentro un qualsiasi luogo di lavoro salariato dopo aver timbrato un cartellino d’accesso.
Sì, non c’è dubbio, sono un esemplare tipico da riserva.

Pur consapevole di tutti i predetti miei limiti morali, vorrei comunque poter dire che la richiesta di autocritica (altra vecchissima e contorta amicizia della sinistra mondiale, si veda l’esemplare “United Red Army” del regista giapponese Kōji Wakamatsu) nell’attuale scenario politico italiano suona un po’ paradossale.
Autoaccusarsi di non saper/voler parlare con il popolo, considerandolo sporco e cattivo, usando “solo” simbologie tipo le recenti “magliette rosse” lanciate da don Ciotti, mentre dall’altra parte si continua a trattare lo stesso popolo come branchi di voti da prelevare solleticando, al grido di “prima gli italiani contro tutti gli altri”, i peggiori istinti e paure, dovrete ammettere che un po’ paradossale suona. O no?
E’ vero che bisogna sempre tendere agli esempi migliori e non a chi fa di peggio. Ma attenzione a non cadere, sia pure per disperazione, rabbia, frustrazione, nell’errore opposto.
I nostri avversari non sanno parlare agli italiani meglio di noi, semplicemente li usano meglio sfruttandone i loro limiti, anche morali e culturali. I nostri avversari non rispettano gli italiani più di noi, perchè insultano continuamente la loro intelligenza offrendogli ricette politiche facili in un mondo in cui la complessità politica aumenta inesorabilmente.
Le “magliette rosse” in richiesta di “umanità” saranno pure poca cosa, ma di fronte a chi continua a “parlare” agli italiani usando come simbologia “la ruspa” ammetterete che assumono un valore illuminista.
Ben venga l’autocritica e ben vengano tutte le azioni necessarie a ricostruire in Italia un campo progressista più interconnesso con la società reale. Ma non facciamo finta di non vedere che, al di là della qualità dei ragionamenti offerti dalle opposizioni di turno, ci sono ampie fasce di popolazione che, per paura di affrontare la complessità economica e sociale, preferiscono consegnarsi alle semplificazioni brutali dei Trump, Putin, Orban, Erdogan e Salvini-Di Maio.

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Javier Valdez Cardenas

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Javier Valdez Cardenas era diventato, probabilmente suo malgrado, il più famoso “narco-periodista” del Messico. Del resto se ti capita di fare il giornalista a Culiacan (Stato di Sinaloa), non sono molte le alternative a disposizione: o te ne vai altrove, o collabori con il narco e le sue sempre più intricate connessioni sociali, o infine decidi di fare il tuo mestiere cercando di mantenere ben accesi i riflettori sulla devastante patologia sociale in cui ti tocca vivere ogni giorno. Javier Valdez aveva scelto quest’ultima strada, consapevole dei rischi che comportava. Perchè prima di lui, in Messico, nell’impressionante lista di caduti troviamo tantissimi giornalisti ed informatori sociali.

Ancora una volta non resta che gridare, caro Javier, quello che anche tu avevi urlato al mondo dopo l’ennesimo omicidio raccontato: que nos maten a todos!

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Viva viva l’olandesina!

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Quelli che “l’Europa ci danneggia!”.  Quelli che “padroni a casa nostra!”. Quelli che “si stava meglio con la nostra moneta nazionale!”. Quelli che “basta con l’establishment!”. Quelli che “se governiamo noi risolviamo tutti i problemi!”. Quelli che “noi siamo gli onesti!”. Quelli che “voi siete i disonesti!”.

Ecco, proprio quelli lì, in Olanda hanno ricevuto uno stop. Gli olandesi evidentemente ritengono, proprio per i tanti e complessi problemi che affliggono la nostra Europa, che non è votando a cazzo di cane per il qualunquista di turno che si può pensare di affrontarli, e tantomeno risolverli. Forse la Brexit e la sciagura Trump sono serviti a qualcosa!

P.s. A proposito di populismi e comicità involontaria

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No, non lo si vuole proprio accettare

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Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, lo ha scritto molto meglio del sottoscritto il 9 febbraio scorso. “Il dramma del tifoso dell’Inter: imporre la post verità con la moviola giudiziaria“.

Era da poco andata in archivio Juve – Inter, cha ha riaperto puntualmente le danze sulle note dell’eterno tormentone “la Juve ruba”! Invece di costruire squadre che alla prova del campo risultino all’altezza, si preferisce continuare a profondere energie nella ricerca degli alibi postpartita. In attesa magari di una nuova calciopoli, che elimini temporaneamente dalla scena il gatto, affinchè anche i topi possano fare un ballo.

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Forse lo si comincia a capire

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Anche questa domenica è iniziata presto, sull’onda delle emozioni non ancora placate della serata sportiva di ieri. La Juventus ha mandato un altro grande segnale di forza, solidità e fame alle possibili inseguitrici. La più vicina, la Roma, è stata rispedita a -7. Dimostrandogli, ancora una volta sul campo, come e perchè la Juventus continua a vincere e loro a perdere. E stavolta, leggendo i commenti di fine partita dei giallorossi, qualche giocatore e l’allenatore hanno finalmente sostituito il solito stucchevole piagnisteo alla ricerca dei soliti improbabili alibi, per ammettere che “la Juventus ha una mentalità vincente, superiore alla nostra”. Perchè, se ci fosse qualcuno che non lo ha ancora capito, la Juve, che certo vince anche per i suoi campioni (vedi il gol decisivo di Higuain di ieri sera), la sua popolatissima collezione di trofei la deve soprattutto a quanto sintetizzato molto bene dal presidente Andrea Agnelli nella recente cena di Natale:

“Abbiamo tutte le forze che giocano contro di noi, il principio è che non importa chi vince, l’importante è che non vinca la Juve: questo è l’ambiente che è intorno a noi. Alla gente interessa soltanto che non vinca la Juve e a noi non spetta altro che smertirli. Noi vogliamo continuare a vincere perché noi esistiamo per vincere”

Spero che queste parole aiutino la Juventus F.C. a continuare veramente, e non solo per formalità, la battaglia per riportare a casa i due scudetti e la dignità (oltre ovviamente al danno economico) che l’assurda vicenda del 2006 ci ha sottratto. Perchè è esattamente quell’ambiente circostante descritto benissimo da Andrea Agnelli (unitamente alle beghe familiari Agnelli-Elkan) che ha prodotto la vergognosa caccia alle streghe andata in scena in quell’estate di 10 anni fa.

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Aleppo, la sofferenza umana come unica certezza

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L’ottimo Comune-info.net pubblica oggi un appassionato intervento sulla recente caduta (in realtà ancora in corso nelle sue ultime atrocità) di Aleppo. Finito l’articolo, leggo i primi tre commenti in calce e mi riportano subito all’intenso dibattito che, per tutta la lunga durata del conflitto siriano, è riuscito a dimostrare inequivocabilmente due cose:

  1. la crescente difficoltà (impossibilità?), in un mondo sempre più complesso e brutalmente contraddittorio, anche solo di provare a comprendere le molteplici ragioni in campo, inestricabilmente confuse con i relativi molteplici interessi in campo;
  2. l’unica raccapricciante certezza rimarrà l’ammasso di dolore umano che quelle contraddizioni politiche, mischiate con quegli interessi, hanno prodotto (e purtroppo produrranno) sulle vite dei siriani e non solo. Su quelle vite che dal conflitto sono state ( e saranno) divorate, umiliate, stuprate, torturate, terrorizzate, esiliate.

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Hasta siempre Fidel

[:it]

«Oggi, 25 novembre, alle 10:29 della notte è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz», lo ha annunciato la TV cubana. In Italia erano le 4.29 del mattino ed io mi ero messo da poco a ridormire dopo una pausa smartphone associata ad un risveglio alle 4. Se ne va a 90 anni, dopo l’ultima lunga battaglia contro la malattia, un piccolo grande protagonista del novecento.

La storia lo giudicherà (o come disse lui in un celebre discorso “la storia mi assolverà”), ma in realtà Fidel Castro è stato sotto giudizio del mondo intero da quando, il 25 novembre del 1956, ha deciso di salpare dal porto di Tuxpan (Messico) per liberare Cuba dalla dittatura di Batista e proclamare quella che ancora oggi è la Rivoluzione Cubana, con le rispettose maiuscole del caso.

Non mi interessa santificare o condannare Fidel Castro. Voglio solo ricordarlo per quel che ha dato alla mia esistenza. E’ stato inevitabilmente un simbolo. Stupidamente tutto in positivo quando la mia necessità di appartenenza politica richiedeva santini. Poi, pur basandomi su una conoscenza del personaggio e dei fatti comunque deficitaria, l’ho considerato un uomo che, pur con tutti gli errori del caso, ha lottato per ridare una merce rarissima alla sua terra ed alla sua gente: la dignità.

I cubani sapranno spiegarci meglio cosa sentono oggi che quel padre della patria si è spento. Io, da qui, come tanti altri che nel mondo hanno respirato l’epopea del Granma per fare i rivoluzionari col culo degli altri, voglio solo dire grazie a Fidel per quel che ha dato al mio percorso esistenziale ed alla mia relazione con l’America Latina.

Così come in tanti, lo ribadisco, hanno voluto usare Fidel Castro e la sua Cuba per coprire le proprie claudicanti battaglie simil-rivoluzionarie, molti di più sono stati coloro che l’hanno utilizzato come il “nemico pubblico” da additare per procrastinare le più ottuse ed ingiuste vicende capitaliste in ogni angolo del mondo. Temo che come al solito la verità stia in mezzo.

Hasta siempre Fidel! Adesso sapremo se la tua Rivoluzione Cubana è un campo arato e seminato per produrre futuro, oppure no.

[:es]«Oggi, 25 novembre, alle 10:29 della notte è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz», lo ha annunciato la TV cubana. In Italia erano le 4.29 del mattino ed io mi ero messo da poco a ridormire dopo una pausa palmare associata ad un risveglio alle 4. Se ne va a 90 anni, dopo l’ultima lunga battaglia contro la malattia, un piccolo grande protagonista del novecento. La storia lo giudicherà, ma in realtà Fidel Castro è stato sotto giudizio del mondo intero da quando ha deciso di liberare Cuba dalla dittatura di Batista per proclamare quella che ancora oggi è la Rivoluzione Cubana, con le rispettose maiuscole del caso.
Non mi interessa santificare o condannare Fidel Castro. Voglio solo ricordarlo per quel che ha dato alla mia esistenza. E’ stato inevitabilmente un simbolo. Stupidamente tutto in positivo quando la mia necessità di appartenenza politica richiedeva santini. Poi, pur basandomi su una conoscenza del personaggio e dei fatti comunque deficitaria, l’ho considerato un uomo che, pur con tutti gli errori del caso, ha lottato per ridare una merce rarissima alla sua terra ed alla sua gente: la dignità. I cubani sapranno spiegarci meglio cosa sentono oggi che quel padre della patria si è spento. Io, da qui, come tanti altri che nel mondo hanno respirato l’epopea del Granma per fare i rivoluzionari col culo degli altri, voglio solo dire grazie a Fidel per quel che ha dato al mio percorso esistenziale ed alla mia relazione con l’America Latina.
Così come in tanti, lo ribadisco, hanno voluto usare Fidel Castro e la sua Cuba per coprire le proprie claudicanti battaglie simil-rivoluzionarie, molti di più sono stati coloro che l’hanno utilizzato come il “nemico pubblico” da additare per procrastinare le più ottuse ed ingiuste vicende capitaliste in ogni angolo del mondo. Temo che come al solito la verità stia in mezzo. Hasta siempre Fidel! Adesso sapremo se la tua Rivoluzione Cubana è un campo arato e seminato per produrre futuro, oppure no.
[:en]«Oggi, 25 novembre, alle 10:29 della notte è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz», lo ha annunciato la TV cubana. In Italia erano le 4.29 del mattino ed io mi ero messo da poco a ridormire dopo una pausa palmare associata ad un risveglio alle 4. Se ne va a 90 anni, dopo l’ultima lunga battaglia contro la malattia, un piccolo grande protagonista del novecento. La storia lo giudicherà, ma in realtà Fidel Castro è stato sotto giudizio del mondo intero da quando ha deciso di liberare Cuba dalla dittatura di Batista per proclamare quella che ancora oggi è la Rivoluzione Cubana, con le rispettose maiuscole del caso.
Non mi interessa santificare o condannare Fidel Castro. Voglio solo ricordarlo per quel che ha dato alla mia esistenza. E’ stato inevitabilmente un simbolo. Stupidamente tutto in positivo quando la mia necessità di appartenenza politica richiedeva santini. Poi, pur basandomi su una conoscenza del personaggio e dei fatti comunque deficitaria, l’ho considerato un uomo che, pur con tutti gli errori del caso, ha lottato per ridare una merce rarissima alla sua terra ed alla sua gente: la dignità. I cubani sapranno spiegarci meglio cosa sentono oggi che quel padre della patria si è spento. Io, da qui, come tanti altri che nel mondo hanno respirato l’epopea del Granma per fare i rivoluzionari col culo degli altri, voglio solo dire grazie a Fidel per quel che ha dato al mio percorso esistenziale ed alla mia relazione con l’America Latina.
Così come in tanti, lo ribadisco, hanno voluto usare Fidel Castro e la sua Cuba per coprire le proprie claudicanti battaglie simil-rivoluzionarie, molti di più sono stati coloro che l’hanno utilizzato come il “nemico pubblico” da additare per procrastinare le più ottuse ed ingiuste vicende capitaliste in ogni angolo del mondo. Temo che come al solito la verità stia in mezzo. Hasta siempre Fidel! Adesso sapremo se la tua Rivoluzione Cubana è un campo arato e seminato per produrre futuro, oppure no.
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