Ilva, la ragione è dei fessi

Una vicenda mostruosamente grande e mostruosamente complessa, da ogni punto di vista la si guardi. La più grande acciaieria d’Europa, costruita nella città di Taranto, con somma soddisfazione degli allora abitanti, che nell’acciaieria “vicino casa” vedevano il futuro, il progresso e soprattutto i redditi da lavoro. Oggi scopriamo che in realtà il futuro lo si vedeva davvero poco, altrimenti si sarebbe ragionato un po’ meglio sull’opportunità di mettere una bomba ecologica ad orologeria in piena Taranto.

L’homo economicus è fatto così, se gli metti davanti un’opportunità di miglioramento economico passa sopra perfino al proprio istinto di sopravvivenza. A proposito di acciaio e di progresso economico, Cina ed India stanno da anni rendendo irrespirabile l’aria delle proprie città per produrre acciaio (e non solo) da vendere al mondo. Evidentemente gli errori altrui non insegnano niente. Oppure è la conferma che, di fronte alla crescita del PIL, non c’è numero di morti per inquinamento che tenga.

Taranto la sua anima l’ha venduta all’acciaio già dal 1961 (lo stesso anno in cui veniva eretto il disgraziato muro di Berlino). La buona notizia quindi è che da qualche anno (più o meno dal 2012) si è tornati ad affrontare il problema. Per molti lunghissimi anni l’Ilva di Taranto è andata avanti fondandosi su un semplice quanto criminale patto di scambio: redditi da lavoro subordinato per circa 20 mila persone in cambio di profitti e morti da inquinamento (dentro e fuori la fabbrica). La massima espressione dell’homo economicus, appunto. La crescita economica, costi quel che costi.

Ad un certo punto però quel patto ha cominciato a traballare. Per le nuove sensibilità ambientali espresse in una Taranto non più completamente asservita al ricatto del reddito da lavoro? Solo parzialmente, purtroppo. La realtà è che a far dubitare sulla convenienza di perpetuare quello scambio tra denaro e morte è stato ancora una volta sua maestà il mercato. L’homo economicus, ancora lui. Succede infatti che nel frattempo il mercato è diventato mondiale. Milioni di aspiranti homo economicus erano disposti ad accettare quello scambio a condizioni ancor peggiori: redditi da lavoro più bassi in cambio di profitti e tassi di inquinamento più alti. Cina, ed ultimamente ancor di più India, entrano nel mercato dell’acciaio con i loro mostruosi volumi di produzione. Taranto inizia inevitabilmente la sua parabola discendente verso un destino già scritto: diventa un enorme ferro vecchio, inevitabilmente arruginito. Le ragioni dell’homo ecomomicus traballano. Si possono affacciare sulla scena le lamentele di chi quel patto lo ha contabilizzato soprattutto in termini di lutti e malattie. Ed è inutile dire che i conti (insieme alle persone decedute) non tornano.

Inizia così ufficialmente l’era del “coniugare le ragioni della produzione con l’ambiente ed il diritto alla salute”. Una frase che proprio ieri il nostro attuale Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha ripetuto ai giornalisti che chiedevano notizie sui destini dell’Ilva di Taranto. Una frase molto efficace nella sua capacità di evocare un  mondo giusto, ricco e pulito. Un mondo in cui si produce ricchezza, da distribuire in parte in salari, senza dover sostenere costi in termini ambientali. Mutuando le parole usate da Giuseppe Conte a proposito del 2019 nascente, si potrebbe dire “sarà un’Ilva bellissima”.

Ma la realtà continua ad avere questo brutto viziaccio di non sapersi/potersi arrendere nemmeno di fronte ai migliori storytellers. Così, mentre la politica si esercita nei salottini televisivi rinfacciandosi i soliti “ho ragione io”, la realtà è quell’immobile e gigantesco mostro fumante che sembra non voler offrire ragioni a niente e nessuno. O meglio, hanno tutti tremendamente ragione.

Ha ragione chi vuole che l’Ilva di Taranto non chiuda. 20 mila posti di lavoro persi sarebbero un disastro sociale.

Ha ragione chi vuole che l’Ilva chiuda. Non è possibile continuare a condannare i lavoratori dell’azienda e gli abitanti di Taranto ad ammalarsi e morire in nome della produzione dell’acciaio.

Ha ragione chi dice che non è possibile offrire scudi penali per permettere a qualunque proprietario di produrre acciaio continuando a far morire l’ambiente e le persone circostanti.

Ha ragione chi dice che è giusto che qualsiasi nuovo proprietario abbia diritto ad uno scudo penale per non essere accusato per le mancate precauzioni ambientali e sanitarie delle precedenti gestioni.

Ha ragione chi dice che l’Ilva di Taranto andrebbe nazionalizzata (fregandosene dei vincoli di bilancio europei) affinché lo Stato si incarichi dei necessari e costosissimi risanamenti e possa poi gestire la produzione di acciaio in un momento economico che vede tale produzione sempre meno conveniente per i privati.

Ha ragione chi dice che l’Ilva di Taranto andrebbe nazionalizzata (fregandosene dei vincoli di bilancio europei) affinchè lo Stato si incarichi di dismetterla in sicurezza per poi farsi carico in qualche modo dei redditi di quei 20 mila ex lavoratori Ilva.

Ha ragione chi dice che la nazionalizzazione dell’Ilva sarebbe una follia insostenibile considerate le condizioni in cui versano i conti dello Stato e l’appurata ineficcienza dello stesso nella produzione di qualsivoglia prodotto o servizio.

Stendendo un velo pietoso sul governo Conte gialloverde, ed in attesa di capire, storytelling a parte, cosa intende fare l’attuale governo Conte giallorosso, rimaneva quanto fatto nel governo Gentiloni dal vecchio ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda. Il tentativo di tenere insieme il mantenimento della produzione con un irrinviabile risanamento ambientale. Il nuovo proprietario Arcelor Mittal quell’accordo lo sta rimettendo in discussione e sembrerebbe voler prendere la porta d’uscita. Il che aggiunge nuove ragioni alle ragioni precedenti.

Ha ragione chi dice che lo fa perchè gli sono state cambiate le regole in corsa, eliminando lo scudo penale inizialmente pattuito.

Ha ragione chi dice che Arcelor Mittal si è in realtà resa conto di aver sbagliato i conti sul piano industriale e voglia uscire da quello stabilimento prima di doversi sobbarcare perdite ingenti.

Ha ragione (forse) perfino chi dice che l’acquisizione da parte di Arcelor Mittal era fin dall’inizio ispirata dalla volontà di suicidare poi l’Ilva di Taranto per eliminare uno scomodo concorrente di mercato.

La vicenda, la si guardi da dove la si guardi, sembra uno specchio rotto, incapace di restituire una soluzione riconoscibile, coerente e sostenibile. Ed allora forse sarebbe meglio che ognuno mettesse da parte la propria ragione, da contrapporre a quella dell’altro, per prendere tutti definitivamente atto che l’Ilva di Taranto è un enorme e complicato caso di trade-off. E come tale non offre soluzioni alla “e vissero tutti felici e contenti”. Bisognerà comunque accontentarsi di un compromesso. Che sia il migliore possibile dovrebbe essere l’obiettivo comune.

Debtocracy

Ho finito da poco di vedere “Debtocracy“, il documentario dedicato alla crisi del debito greco. Ormai robba datata, in un mondo che corre sempre di piu’. Ma e’ robba che in Grecia continua a produrre conseguenze sociali, non c’e’ dubbio. Un debito sovrano di quelle dimensioni e completamente fuori controllo non puo’ non produrre delle conseguenze. Per questo il documentario l’ho trovato bello e rabbioso, anche documentato e intelligente, ma in fin dei conti reticente. Perche’ non si puo’ giocare con le parole, per avere sempre ragione. E’ del tutto evidente che il debito pubblico di un paese, soprattutto da quando e’ finito nelle mani dell’immenso e complesso mercato finanziario mondiale, provochi come conseguenza ultima la perdita di sovranita’ nazionale e l’imposizione di scelte di bilancio pubblico che alla fine diventano un cappio al collo per la popolazione. Soprattutto di quella parte che di bilancio pubblico e’ costretta a vivere. Altrettanto giustificabile e’ la rabbia contro quei soggetti internazionali (FMI, Banca Mondiale e adesso la vituperata Troika UE) che hanno il compito di evidenziare il problema e suggerire possibili ricette (quasi sempre dolorosissime).
Non e’ invece corretto far finta che il debito creatosi in decenni di gestione del bilancio pubblico sia sempre colpa di qualcun altro. Sia cioe’ sempre il frutto di sotterfugi operati da nemici interni ed esterni all’insaputa delle popolazioni.
I paesi europei che hanno bilanci pubblici in dissesto, Grecia ed Italia in primis, farebbero bene (come si suggerisce nel documentario) ad indagare esattamente come si e’ formato quel macigno ed a chi va restituito. Si scoprirebbe che, al netto di fenomeni corruttivi di cui questi paesi purtroppo ancora abbondano, il grosso della spesa pubblica che continua ad alimentare quel mostro e’ fatto di stipendi della burocrazia pubblica, di assistenza sanitaria e di pensioni. Tutte voci che sono assolutamente note (ed utili) ad ogni cittadino. Tra l’altro, tutte voci che, in altri paesi meno indebitati, vengono gestite semplicemente con criteri di spreco meno macroscopici. Il che porta al paradosso (che tale non e’) per il quale i paesi che hanno una spesa pubblica piu’ efficiente (e quindi un debito pubblico meno esplosivo) forniscono servizi pubblici di migliore qualita’ di chi spende (spreca) molto di piu’.
Le popolazioni coinvolte sono, nel bene e nel male, implicate nelle dinamiche del proprio debito. Le politiche di bilancio adottate nei propri paesi sono diretta conseguenza della classe dirigente selezionata attraverso i processi elettorali popolari.
Quindi anche l’organizzazione e la gestione di una Olimpiade (come successo in Grecia) e’ una scelta politica che presuppone un assenso popolare. Se poi quell’evento viene gestito in maniera disastrosa e lascia dietro di se’ una montagna di debiti, non si puo’ far finta che i greci non sapessero niente.
Insomma, la rabbia per il debito che strozzina paesi (l’Argentina e’ di nuovo sull’orlo di una dichiarazione di default) e’ comprensibile. Far finta sempre che “la crisi la paghi chi l’ha prodotta” e’ un modo per lavarsi la coscienza e basta.
L’altra reticenza riscontrata nel documentario e’ un altro tic che spesso si riscontra nei movimenti antagonisti europei. Si scagliano sassi contro la moneta unica (l’euro) salvo poi nascondere la mano quando si tratta di chiedere, senza tentennare, l’uscita dalla stessa del proprio paese. Lasciando intendere (senza dichiararlo) che, elencate tutte le disastrose conseguenze dell’euro, non si ritiene poi cosi’ sicura e salvifica l’opzione del ritorno alla “sovranita’ monetaria” con il recupero delle poco rimpiante dracme o lire.
Siamo alle solite. Urlare che “un altro mondo e’ possibile” e’ relativamente facile e sicuramente liberatorio. Indicare “quale” e’ tremendamente piu’ complicato. Per questo nel frattempo ci teniamo il mondo capitalista. In cui ognuno di noi e’ vittima e carnefice, debitore e creditore, sfruttatore e sfruttato.

Puerto Rico e l’uso della piazza

Una settimana fa, nella prima sveglia messicana, seguivo sulla CNN en español i festeggiamenti a Puerto Rico per le annunciate dimissioni del governatore Rossello’ al termine di grandi manifestazioni di piazza. Il popolo di Puerto Rico, un altro strano pezzo di USA in America Latina, capeggiato dai molti volti noti della portarei musicale caribeña, festeggiava la vittoria politica. Ad una settimana di distanza la parola e’ tornata alla politica ed ai suoi inevitabili equilibri e compromessi. E la situazione e’ diventata inesorabilmente meno lineare e chiara. Il nuovo governatore indicato da Rossello’, Pierluisi, non piace a molti di coloro che si sono battuti per la caduta dell’ex governatore. Si apre quindi una fase di presumibile stallo.
Ammetto la mia totale ignoranza sulla genesi stessa di Puerto Rico. Quindi non mi addentrero’ in analisi politiche non alla mia portata. La vicenda tuttavia mi conferma che e’ beato quel popolo che ha una politica che si muove dentro un quadro istituzionale forte e chiaro. Che non ha necessita’ di usare la piazza (reale o virtuale che sia) per modificare gli equilibri politici. Che vota con partecipazione ogni quanto si deve votare e lascia poi che i suoi rappresentanti eletti svolgano il loro mandato di governo, svolgendo ovviamente il dovuto controllo.
Insomma, viva la noiosa ed equilibrata gestione dei poteri, tra loro contrapposti, dentro istituzioni forti e credibili.

Uno schema che purtroppo, soprattutto per colpa di poteri irresponsabili, e’ sempre meno presente. Ed allora ecco il dilagare, grazie anche alle dinamiche messe in atto dai social media, dei populismi. Ossia l’illusione che il buon governo possa arrivare solo dal dare la parola politica direttamente a questo concetto piuttosto fumoso e altamente contraddittorio che e’ “il popolo”.
Il popolo, che i sistemi elettorali si incaricano non a caso di far diventare “popolazione votante”, e’ una definizione che non puo’ diventare soggetto politico. Il popolo non e’ ne buono, ne cattivo. Il popolo non e’ definibile numericamente nel momento in cui bisogna prendere decisioni che spesso possono essere divisive. Il popolo rivendica potere, ma non si assume nessuna responsabilita’ sulla sua gestione in quanto e’ per definizione non identificabile. Per questo alla fine “il popolo” finisce per essere lo strumento perfetto per chi vuole solo masse popolari da strumentalizzare per brandirle contro i propri avversari politici.

La politica, che piaccia o meno, deve essere un gioco di palazzo. Le decisioni di governo debbono essere prese, assumendosi la dovuta responsabilita’ politica, da chi e’ stato democraticamente eletto dalla popolazione elettorale. Per questo occorre avere istituzioni forti e trasparenti, oltre che sistemi elettorali capaci di sintetizzare la volonta’ politica popolare.
La piazza puo’ e deve essere sempre l’eccezione, l’estrema ratio. Altrimenti si generano mostri democratici. O peggio, dei perfetti imbecilli con un enorme potere popolare. Ne siamo pieni attualmente sul pianeta. Spero la piazza di Puerto Rico non ottenga il risultato di generare un altro esemplare della specie.

Gesù o Barabba

Il primo giorno di primavera è andato. E nello svolgimento della giornata ha trovato posto anche il completamento di “Leaving Neverland”. Documentario approdato in Italia in due puntate dopo aver scatenato parecchio rumore negli USA. Documentario che getta una definitiva sentenza post mortem contro colui che il mondo ha conosciuto come Michael Jackson.

C’ero anch’io allo stadio Flaminio di Roma per assistere al concerto del tour “Bad”, era il 1988. Sono uscito da quel concerto letteralmente iptonizzato dalle capacità artistiche di Michael Jackson. Una perfetta macchina da spettacolo che, insieme al suo crescente seguito di miti e leggende riguardanti la vita privata, aveva probabilmente schiacciato fin da subito il bambino che Michael non ha potuto probabilmente mai essere.

Il documentario non lascia spazio a grandi interpretazioni. I due ex bambini, oggi adulti, che raccontano il loro incontro fatale con Michael Jackson sono troppo emozionalmente coinvolti per poter pensare ad una menzogna ben costruita. Inoltre c’è tutto il racconto del coinvolgimento delle rispettive famiglie nella vicenda a dare sostanza e base di verità.

Michael Jackson, esercitando il suo enorme potere di attrazione e di contrattazione, ha manipolato (consapevolmente o meno) intere famiglie pur di avere vicino piccoli bambini maschi con cui “giocare”. Uso il termine “giocare” perchè dai racconti di Wade e James (i due protagonisti del documentario), le molestie non erano un fatto distinto e traumatico rispetto alle giornate passate a divertirsi insieme alla star ed ai suoi illimitati poteri di svago. No, la sessualità era introdotta come una sorta di prosecuzione del gioco. Un gioco che la star (all’epoca trentenne) sapeva poter introdurre senza grandi rischi nelle inconsapevoli menti di quei bambini di 7 anni. Bambini che lo adoravano e lo amavano, ancor più dopo che lui, la star inavvicinabile, gli aveva concesso un’amicizia così speciale.

La sessualità rubata questi bambini l’hanno vissuta all’epoca come una sorta di ulteriore vicinanza e complicità con il loro eroe. Le sue richieste, piuttosto pressanti, di non rivelare a nessuno quello che condividevano, sono state accettate e condivise da questi bambini innamorati fino al punto da sentirsi in dovere di occultare la verità financo nei processi che hanno poi inevitabilmente coinvolto Michael Jackson. Anche se ormai adulti, sentivano il bisogno di difendere Michael e la loro relazione sentimentale che così profondamente aveva toccato le loro vite (e quelle delle rispettive famiglie).

Oggi quel tappo è saltato perchè quel mostro interiore ha cominciato a produrre danni psicologici. Diventati ambedue padri, hanno rivisto negli occhi dei figli quello che un giorno sono stati loro. Ed hanno consapevolizzato quello che gli era stato fatto. La loro voglia di liberarsi da quel segreto, per raccontarlo addirittura a delle telecamere, credo debba essere considerato il miglior gesto che potevano realizzare verso se stessi e verso i familiari che li circondavano e li circondano. Una liberazione che ovviamente ha avuto conseguenze pesantissime su tutto l’intorno familiare. Ma che era l’unica via per provare a costruire un percorso di rinascita personale e familiare.

Di fronte a tutto ciò, fa impressione vedere le reazioni negazioniste dei fans di Michael Jackson, così come i facili diti puntati contro i genitori di questi ex bambini. Fa capire come sia importante provare, in un mondo sempre più mediatico ed in cui si finisce tutti per essere spesso “pubblico”, “spettatori”, “giuria” o “popolo”, a mantenere il giusto distacco dalle cose a cui ci “sembra” di assistere. Imparando ad esercitare sempre l’arte del dubbio. Cercando di tenere sempre presente che “il personaggio” e “la persona” possono essere soggetti financo distinti, pur condividendo lo stesso corpo e la stessa mente. Altrimenti ci rinchiudiamo tutti in uno stupido recinto mentale in cui ogni cosa deve essere sempre “Gesù o Barabba”. Assumendo posizioni “a prescindere”, fideistiche.

Come hanno fatto e stanno facendo coloro che insultano Wade e James, accusandoli di gettare fango sull’immagine del loro idolo Mickael Jackson. Impermeabili al voler comprendere che, documentario o meno, quei due ex bambini (e chi sa quanti altri), stanno semplicemente provando a posteriori ad elaborare il danno fatto proprio dalla loro incapacità infantile di separare l’attrazione per il loro mito e la persona che si sono poi ritrovati accanto.

Come hanno fatto e stanno facendo coloro che puntano il dito d’accusa contro le famiglie di James e Wade, che avrebbero consegnato nelle mani dell’orco i propri figli. Senza voler provare a comprendere il potere, e quindi la capacità di manipolazione, che può esercitare una star planetaria come Michael Jackson.

Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare

In tempi di bonaccia o calma piatta, appena si alza una parvenza di vento protestatario tutti i marinai accorrono, desiderosi di mettere le proprie imbarcazioni politiche a favore di vento.

Era successo con la crisi debitoria della Grecia. Governo Tsipras 1. Ministro delle finanze l’incendiario Yanis Varoufakis. La Grecia ribolle. Il vento contro l’Europa matrigna soffia forte. Ed ecco Atene invasa da pasdaran provenienti da tutta Europa, Italia ovviamente compresa. Tutti a fare gli eroi, a favore di telecamera, con gli euro degli altri. Alla fine Alexis Tsipras si è tenuto l’euro ed ha rispedito al mittente i nostri eroi in cerca di visibilità in conto altrui.

Oggi ci risiamo con i “gilets jaunes” (i gilet gialli) francesi. Più la battaglia impazza per le vie di Parigi e più si addensano figure pronte a scorgere in quel movimento (per la verità al momento piuttosto indecifrabile politicamente) somiglianze o addirittura coincidenze di piattaforma rivendicativa. Il M5S non manca mai quando si tratta di cavalcare la qualunque. Perfino quando è piuttosto insostenibile far convivere il doppiopetto governativo con il gilet giallo. Ma mirabolici tentativi di salita sul carro dei “gilets jaunes” arrivano anche da sinistra.

Non resta che constatare la disperante totale attualità delle parole di Lucio Anneo Seneca: “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare“.

Come un gatto…sul ponte

Ieri sera ho finalmente visto, dopo averlo sentito citare in varie occasioni, “Come un gatto in tangenziale”. Un film (italiano) uscito l’anno scorso, ma attualissimo nel richiamare il dibattito (mondiale) sui fenomeni di polarizzazione sociale dilaganti.

Il film, benfatto e ben recitato, sconta, come succede spesso a troppi film italiani, un’eccessiva grossolanità di alcuni personaggi e situazioni. E’ il caso soprattutto dei rispettivi (ex) compagni dei protagonisti del film (il think tank europeo Antonio Albanese e la borgatara Paola Cortellesi). Parlo del galeotto Claudio Amendola e della coltivatrice di essenze floreali in Francia Sonia Bergamasco. Anche le ambientazioni marittime risultano essere piuttosto stereotipate, con la ultravituperata Capalbio contrapposta a Coccia di Morto (Fiumicino).

Detto ciò, il messaggio che alla fin fine la “contaminazione” (una delle parole chiave del film) tra mondi sociali molto differenti può, seppur dopo aver superato barriere di ogni tipo, realizzarsi, il film è capace di raccontarlo, di suggerirlo, di auspicarlo.

Forse l’uso in eccesso di alcuni stereotipi sembra essere un peccato commesso volutamente dal regista. La necessità di fare un film “popolare” (obiettivo pienamente conseguito) ha vincolato il film dentro margini che l’hanno inevitabilmente reso meno capace di leggere tra le righe della complessità sociale. Allo stesso tempo però è stato il grimaldello per portare pubblico allargato ad un film che lavora proprio sulla necessità sociale di tornarsi a parlare e frequentare tra diversi.

Il paradosso culturale è sempre in agguato. Se per raggiungere il popolo devi dargli in pasto sempre e solo opere che in qualche maniera non lo costringano ad uscire dalle ristrette categorie mentali in cui la condizione sociale l’ha rinchiuso, le barriere culturali saranno sempre lì a dividere le masse popolari da sempre più ristrette elité culturali. Un paradosso che Milani racconta bene nel suo film allorché contrappone, in chiave ironica e quindi anche qui un po’ stereotipata, da una parte la mega sala cinematografica piena di un’umanità sguaiata, rumorosa e ruminante pronta a vedere il blockbuster di turno, e dall’altra la saletta del cinema d’essai semivuota in cui la borgatara Cortellesi si addormenta mentre sullo schermo proiettano un film francese recitato in armeno.

Finchè quelle due sale non saranno vasi comunicanti, riequilibrandosi in termini di dimensione e presenze, avremo un problema sociale.

Le elité o l’establishment o come diavolo vogliamo chiamare la minoranza più ricca economicamente e (sempre di più) culturalmente, è sicuramente disprezzabile nei suoi deliri di dominio isolazionista. Ma un popolo che fa vanto e arma della propria crescente ignoranza ed intolleranza, usando la propria maggioranza numerica per imporsi come presunto comitato di liberazione, è uno scenario forse perfino più inquietante. Ogni riferimento all’attuale maggioranza politica italiana (ma anche ungherese, polacca, russa, turca, statunitense, brasiliana, ecc. ecc.ecc.) è puramente voluto.

L’auspicio è che il gatto (la società) invece di finire in tangenziale (le elité o il populismo, che pari sono in termini distruttivi) imbocchi un bel ponte capace di collegare mondi diversi; creando rigenerante contaminazione culturale, economica e politica.

Dalla riserva

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Finisco ora di leggere un paio di articoli dedicati al sentimento di impotenza e frustrazione, due amicizie storiche per la sinistra. Lo scenario che fa da sfondo è l’Italia uscita dalle ultime urne politiche, che ha poi dato vita al governo bicefalo Lega-M5S, o se preferite Salvini-Di Maio. L’ordine non è casuale, vista l’immediata e perdurante occupazione della scena da parte dell’imbelle padano, con tentativi di rincorsa da parte del miracolato campano.
Nei due articoli (Non ne posso più. La maglietta rossa e l’impotenza della sinistra e poi Quel dialogo con i dubbiosi e gli ostili) si esprime la frustrazione di una sinistra che, manifestazioni simboliche a parte, non riesce minimamente ad incidere sul pensiero popolare. Ritrovandosi così sempre più minoritaria e autorinchiusa dentro un recinto, una riserva politica.
Da fuori la riserva la maggioranza popolare tenta lo sterminio finale a suon di “elité di benpensanti”, “sinistra al caviale”, “buonisti”, “froci col culo degli altri” e delicatezze simili.
Da dentro la riserva si reagisce all’impotenza considerando la folla popolare insediatasi al governo, ed in costante aumento secondo i sondaggi, come un’orda di barbari incapaci di pensare ed ancor meno di capire. Un concetto che Angelo d’Orsi descrive molto bene nel suo citato articolo: “In fondo questa impotenza è comoda e protettiva, e ci ritroviamo, sempre meno, ma persuasi che siamo i migliori, i più belli, i più intelligenti mentre gli altri, i nostri avversari, sono brutti sporchi e cattivi. E se vincono è colpa del popolo che nulla capisce, alla fin fine. Ma a quello stesso popolo noi ci appelliamo, e crediamo persino di conoscerlo meglio di coloro che fanno il pieno nelle piazze e nelle urne.

Se questo è il quadro di riferimento, non c’è dubbio che io faccia parte a pieno titolo della riserva.
Non ho mai votato né M5S né tantomeno la Lega (sia nella versione in cui si sfogava contro il sud Italia, sia in quella attuale in cui si sfoga contro il sud del mondo, con il sud Italia al suo fianco).
Considero questo governo il frutto di un’Italia che preferisce continuare a cercare nemici esterni (gli immigrati e l’Europa in primis) per rimandare ancora una volta di fare i conti con i propri quotidiani disastri morali, economici, educativi, e chi più ne ha più ne metta.
Pur avendo preso da tempo le distanze dalla cosiddetta sinistra massimalista citata nell’articolo di Angelo d’Orsi (alle ultime elezioni presentatasi con l’ennesimo patetico cambio di abito chiamato Potere al Popolo) continuo a definirmi di sinistra.
Ho una situazione economica che mi consente, pur senza lussi specifici, di essere alle 9.20 di un venerdì mattina a scrivere sullo scenario politico italiano anzichè star faticando dentro un qualsiasi luogo di lavoro salariato dopo aver timbrato un cartellino d’accesso.
Sì, non c’è dubbio, sono un esemplare tipico da riserva.

Pur consapevole di tutti i predetti miei limiti morali, vorrei comunque poter dire che la richiesta di autocritica (altra vecchissima e contorta amicizia della sinistra mondiale, si veda l’esemplare “United Red Army” del regista giapponese Kōji Wakamatsu) nell’attuale scenario politico italiano suona un po’ paradossale.
Autoaccusarsi di non saper/voler parlare con il popolo, considerandolo sporco e cattivo, usando “solo” simbologie tipo le recenti “magliette rosse” lanciate da don Ciotti, mentre dall’altra parte si continua a trattare lo stesso popolo come branchi di voti da prelevare solleticando, al grido di “prima gli italiani contro tutti gli altri”, i peggiori istinti e paure, dovrete ammettere che un po’ paradossale suona. O no?
E’ vero che bisogna sempre tendere agli esempi migliori e non a chi fa di peggio. Ma attenzione a non cadere, sia pure per disperazione, rabbia, frustrazione, nell’errore opposto.
I nostri avversari non sanno parlare agli italiani meglio di noi, semplicemente li usano meglio sfruttandone i loro limiti, anche morali e culturali. I nostri avversari non rispettano gli italiani più di noi, perchè insultano continuamente la loro intelligenza offrendogli ricette politiche facili in un mondo in cui la complessità politica aumenta inesorabilmente.
Le “magliette rosse” in richiesta di “umanità” saranno pure poca cosa, ma di fronte a chi continua a “parlare” agli italiani usando come simbologia “la ruspa” ammetterete che assumono un valore illuminista.
Ben venga l’autocritica e ben vengano tutte le azioni necessarie a ricostruire in Italia un campo progressista più interconnesso con la società reale. Ma non facciamo finta di non vedere che, al di là della qualità dei ragionamenti offerti dalle opposizioni di turno, ci sono ampie fasce di popolazione che, per paura di affrontare la complessità economica e sociale, preferiscono consegnarsi alle semplificazioni brutali dei Trump, Putin, Orban, Erdogan e Salvini-Di Maio.

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Javier Valdez Cardenas

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Javier Valdez Cardenas era diventato, probabilmente suo malgrado, il più famoso “narco-periodista” del Messico. Del resto se ti capita di fare il giornalista a Culiacan (Stato di Sinaloa), non sono molte le alternative a disposizione: o te ne vai altrove, o collabori con il narco e le sue sempre più intricate connessioni sociali, o infine decidi di fare il tuo mestiere cercando di mantenere ben accesi i riflettori sulla devastante patologia sociale in cui ti tocca vivere ogni giorno. Javier Valdez aveva scelto quest’ultima strada, consapevole dei rischi che comportava. Perchè prima di lui, in Messico, nell’impressionante lista di caduti troviamo tantissimi giornalisti ed informatori sociali.

Ancora una volta non resta che gridare, caro Javier, quello che anche tu avevi urlato al mondo dopo l’ennesimo omicidio raccontato: que nos maten a todos!

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Viva viva l’olandesina!

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Quelli che “l’Europa ci danneggia!”.  Quelli che “padroni a casa nostra!”. Quelli che “si stava meglio con la nostra moneta nazionale!”. Quelli che “basta con l’establishment!”. Quelli che “se governiamo noi risolviamo tutti i problemi!”. Quelli che “noi siamo gli onesti!”. Quelli che “voi siete i disonesti!”.

Ecco, proprio quelli lì, in Olanda hanno ricevuto uno stop. Gli olandesi evidentemente ritengono, proprio per i tanti e complessi problemi che affliggono la nostra Europa, che non è votando a cazzo di cane per il qualunquista di turno che si può pensare di affrontarli, e tantomeno risolverli. Forse la Brexit e la sciagura Trump sono serviti a qualcosa!

P.s. A proposito di populismi e comicità involontaria

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No, non lo si vuole proprio accettare

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Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, lo ha scritto molto meglio del sottoscritto il 9 febbraio scorso. “Il dramma del tifoso dell’Inter: imporre la post verità con la moviola giudiziaria“.

Era da poco andata in archivio Juve – Inter, cha ha riaperto puntualmente le danze sulle note dell’eterno tormentone “la Juve ruba”! Invece di costruire squadre che alla prova del campo risultino all’altezza, si preferisce continuare a profondere energie nella ricerca degli alibi postpartita. In attesa magari di una nuova calciopoli, che elimini temporaneamente dalla scena il gatto, affinchè anche i topi possano fare un ballo.

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